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La fine dell’ottimismo per la smart home

Perché la casa connessa sta perdendo il suo fascino utopico
Post-digital living interior
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La visione dell’abitazione completamente connessa è stata una delle grandi promesse dell’era del consumo digitale. Oggi appare meno come progresso e più come sovraccarico. Tra obbligo di aggiornamento ed economia dei dati, l’atmosfera sta cambiando.

Dalla promessa di progresso alla fatica

La smart home nacque come una fantasia tecnologica di redenzione: luce, temperatura, sicurezza e intrattenimento avrebbero dovuto coordinarsi senza soluzione di continuità ed essere controllabili attraverso un’unica interfaccia. Ciò che inizialmente era concepito come comodità si è però trasformato in una zona di manutenzione permanente. I dispositivi richiedono aggiornamenti, le app competono per il controllo e le interfacce restano incompatibili. Al posto del sollievo emerge uno stato di latente attenzione tecnica. L’utente diventa l’amministratore della propria abitazione. In questo spostamento risiede il nucleo della disillusione: la tecnologia promette invisibilità, ma genera presenza costante.

La complessità come simbolo di status

Per lungo tempo la pervasività tecnologica è stata considerata un segno di modernità e di potenza economica. Quanto più una casa era connessa, tanto più dimostrava il proprio allineamento al presente digitale. Ma questa logica sta iniziando a erodersi. La tecnologia visibile viene sempre più percepita come un fattore di disturbo, non più come simbolo di status. Le famiglie benestanti tornano quindi a soluzioni discrete: interruttori di alta qualità, interfacce analogiche e materiali durevoli. L’abitazione deve funzionare senza esibire costantemente il proprio funzionamento. L’entusiasmo di un tempo per i gadget smart lascia spazio al desiderio di un’affidabilità silenziosa.

La riduzione come contromovimento

A questa stanchezza i designer di prodotto rispondono con un ritorno alla chiarezza fisica. I dispositivi vengono nuovamente concepiti come oggetti e non come piattaforme. I nuovi progetti si distinguono per interfacce ridotte, materiali opachi e una deliberata limitazione delle funzioni. L’influenza della tradizione Braun, con la sua estetica funzionale, è inconfondibile. Non appare tuttavia come una citazione rétro, ma come una risposta strategica al sovraccarico digitale. Il design deve generare fiducia, non dipendenza. Il nuovo valore risiede nella comprensibilità e nella durata.

La digitalizzazione invisibile

Allo stesso tempo cambia il ruolo dell’infrastruttura digitale. La connessione non scompare, ma diventa invisibile. I sistemi operano in secondo piano senza richiedere interazione costante. Lo stato ideale non è la massima controllabilità, bensì la minima attenzione. I prodotti di successo integrano la tecnologia in modo tale da non essere quasi più percepiti come tali. L’estetica del futuro non è spettacolare, ma calma. Quanto meno un dispositivo appare come “smart home”, tanto più corrisponde alle nuove aspettative.

Abitare oltre la logica delle piattaforme

L’abitazione torna a essere intesa come spazio privato e non come interfaccia. Flussi di dati, dipendenze dalle piattaforme e vincoli al cloud sono sempre più oggetto di critica. Gli utenti valutano i sistemi tecnici secondo un principio semplice: funziona in modo duraturo e indipendente? Questo sviluppo segna la fine dell’ottimismo ingenuo per la smart home. Al suo posto emerge un pragmatismo sobrio che accetta la tecnologia solo dove sa ritirarsi. Il progresso non si manifesta più nella quantità di funzioni, ma nella loro assenza.

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