HYPERMADE CULTURE MAGAZINE

Commento
Dalla marca alla valorizzazione

La seconda vita dei grandi nomi nella moda
The Exit
Profilbild von Michael JankeMichael Janke
ASCOLTA L'ARTICOLO
0:00 / 0:00
 

I grandi nomi non scompaiono con i loro creatori. Come marchi e imprese continuano a esistere e spesso raggiungono solo in seguito la loro fase più redditizia. Tuttavia, è proprio in questa fase che inizia per lo più la perdita di ciò che un tempo conferiva loro significato.

Il marchio come involucro

Il ritiro o la morte di un designer non significa automaticamente la fine di un marchio. Finché un nome resta noto, rimane economicamente valorizzabile. Da una persona nasce un segno, da un’opera un patrimonio. Questa trasformazione è particolarmente visibile nell’industria della moda, ma riguarda anche altri ambiti del design. La firma diventa licenza, lo stile superficie. Il nome resta, ma il suo contenuto originario si svuota spesso più rapidamente di quanto la continuità dell’impresa lasci supporre. Questa transizione avviene in silenzio, non come una rottura, ma come una graduale erosione.

L’istanza mancante

Finché il designer opera per l’azienda che ha fondato o plasmato, il marchio è protetto dalla totale arbitrarietà. Egli pone limiti, si oppone e prende decisioni. Con la sua scomparsa, questa istanza viene meno. Rimane un bene immateriale il cui valore si alimenta soprattutto della sua notorietà. Per i gruppi industriali, un tale nome non è un patrimonio culturale, ma un asset calcolabile. Più un nome viene impiegato in modo esteso, più la presenza economica e l’efficacia del marchio appaiono stabili, mentre la sua autorità simbolica perde al contempo radicamento. Questa logica segue una sobria razionalità economica.

La dissociazione dal fondatore

Un marchio strettamente legato a una persona si lascia difficilmente trasferire in un sistema astratto. Con la scomparsa del suo fondatore, il nome comincia a separarsi da ciò che un tempo lo legittimava. I prodotti portano ancora la firma, ma non più la mano che la tracciava. Mentre le generazioni più giovani si orientano soprattutto all’aspetto esteriore, l’autore originario passa progressivamente in secondo piano. Il suo ruolo si sposta così da creatore a riferimento storico. Il nome continua a fungere da punto di orientamento, ma rappresenta meno un’attitudine che una forma riproducibile. Ciò che rimane è una continuità esteriore riconoscibile.

La licenza come tentazione

Proprio in questa fase la licenza diventa lo strumento privilegiato. Con il suo aiuto, un nome noto può essere trasferito su nuovi prodotti e trasformato in entrate stabili. Ciò rafforza la posizione economica del marchio e ne assicura la visibilità nel tempo. A lungo termine, tuttavia, questa espansione mina la sostanza creativa del marchio. Quanto più frequentemente un nome appare, tanto più si indebolisce il suo legame con ciò che un tempo lo ha plasmato. Alla fine rimane un segno mantenuto presente soprattutto attraverso la ripetizione.

La perdita di autorità

Un marchio può rimanere redditizio per anni o persino decenni, mentre la sua rilevanza culturale è già in declino. Alla fine emerge una condizione paradossale: attività economica senza autorità simbolica. Ciò che un tempo incarnava l’espressione di uno stile individuale appare oggi come una semplice stampa neutra. In un settore che vive di differenza e di posizione, questa è la perdita reale. Non è la scomparsa del designer a svalutare il marchio, ma l’uso routinario del suo nome. Quando i nomi diventano involucri, del loro passato resta soltanto la superficie.

Aggiungi commento

Commenti

HYPERMADE CULTURE MAGAZINE
Piattaforma di gestione del consenso di Real Cookie Banner