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CRITICA
L’ordine della grande scala

Norman Foster. Works interpreta l’architettura come sistema di organizzazione
Copertina del libro Norman Foster. Works di Philip Jodidio, pubblicato da TASCHEN
Norman Foster. Works
Foto: TASCHEN Verlag
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Questa retrospettiva rende leggibile il metodo alla base dell’architettura di Norman Foster. Ordina un’opera complessa con grande precisione, lasciando poco spazio alla contraddizione.

L’opera come apparato

Norman Foster. Works di Philip Jodidio nasce con l’ambizione di non limitarsi a documentare una carriera, ma di rendere visibile la logica interna di un’intera opera. Già la dimensione del volume modifica la prospettiva. Non si tratta di singole icone, ma di un corpus composto da studi iniziali, edifici realizzati e linee progettuali ancora aperte. Foster appare meno come l’architetto di uno stile riconoscibile che come un organizzatore di condizioni.

La struttura segue questa logica. Opere iniziali come Creek Vean, Reliance Controls o Willis Faber & Dumas non appaiono come semplici premesse della fama successiva, ma come dispositivi sperimentali di un pensiero che attraversa decenni. Ciò che all’inizio nasce come interesse tecnico diventa metodo. L’architettura prende forma attraverso l’uso e un ordine controllato. La continuità resta leggibile senza imporsi in primo piano.

Il giovane Norman Foster presenta una planimetria architettonica in una fotografia dei primi anni dello studio
Norman Foster presenta un progetto architettonico durante i primi anni di Foster Studios.
Foto: TASCHEN Verlag

Tecnica senza culto della macchina

Uno dei punti di forza del volume sta nel fatto che la vicinanza di Foster alla tecnica non viene raccontata come semplice fascinazione per il progresso. Immaginari tecnici e industriali non compaiono come riferimenti decorativi, ma come modelli di pensiero. In questo modo l’architettura non viene ridotta a tecnocrazia. Acquisisce un vocabolario che si colloca oltre la storia formale dell’architettura.

Proprio qui Works si distingue da molte monografie di architetti. Il volume non accompagna semplicemente il lettore attraverso una galleria di edifici compiuti. Mostra con quale coerenza Foster trasformi i sistemi tecnici in ordine spaziale. Progetti come l’aeroporto di Stansted o la sede HSBC di Hong Kong vengono presentati meno come edifici isolati che come variazioni di una domanda: come si può organizzare la complessità fino a farla apparire, alla fine, naturale?

Diagrammi architettonici e fotografie di 30 St Mary Axe di Norman Foster a Londra
Diagrammi, studi strutturali e fotografie di 30 St Mary Axe mostrano
l’integrazione fosteriana tra ingegneria, flussi d’aria e forma urbana.
Foto: TASCHEN Verlag

Tra spazio pubblico e potere della committenza

La tensione del volume emerge con particolare chiarezza nei progetti urbani. Interventi come Trafalgar Square o la Great Court del British Museum mostrano Foster come architetto della permeabilità pubblica. Qui l’architettura diventa davvero infrastruttura. Ordina i movimenti, apre accessi e modifica la percezione dei luoghi storici.

Diverso è l’effetto di alcuni successivi progetti corporate e di lusso. Apple Park o One Beverly Hills seguono anch’essi la logica di un’integrazione precisa. Ma la pretesa pubblica si sposta. La forma resta controllata, la tecnica resta sofisticata, ma la leggibilità sociale si restringe. Works documenta questo slittamento, senza però formularlo come problema. Il volume rimane così più vicino al catalogo ragionato che a una storia critica dell’architettura.

Schizzi, modelli e fotografie che documentano il ridisegno del Reichstag di Berlino da parte di Norman Foster
Schizzi concettuali e modelli per il Reichstag mostrano il tentativo di Foster
di riconnettere l’architettura politica allo spazio pubblico.
Foto: TASCHEN Verlag

La forza della leggibilità

La forza di TASCHEN sta qui nella disciplina visiva. Il libro è generoso nell’impianto grafico, ma non sovraccarico. Fotografie, piante, schizzi e testi di progetto costruiscono una panoramica densa e ben strutturata. Il volume può essere letto cronologicamente, ma la sua vera forza risiede nei motivi ricorrenti: luce, struttura e dimensione pubblica.

Questo ordine è decisivo. Foster non è, in senso stretto, un architetto del gesto espressivo. I suoi edifici funzionano spesso al meglio quando non esibiscono la propria intelligenza tecnica, ma la trasformano in uso. La pubblicazione segue questa logica. Non mette in scena gli edifici soltanto come immagini, ma come risultati di decisioni. Per questo rimane più vicina all’architettura che al prestigio.

Veduta aerea del viadotto di Millau di Norman Foster che emerge sopra le nuvole nel sud della Francia
Il viadotto di Millau mostra la capacità di Norman Foster di trasformare l’infrastruttura
in un intervento monumentale nel paesaggio.
Foto: TASCHEN Verlag

Il punto cieco della sovranità

La debolezza del volume non sta nella mancanza di informazioni, ma nella sua compattezza. Proprio dopo i progetti pubblici e le successive architetture corporate ci si aspetterebbe una frizione più forte. Eppure quasi tutto si ricompone. Le influenze iniziali spiegano le soluzioni successive, le decisioni tecniche appaiono plausibili, i grandi progetti vengono inseriti in una lunga linea di integrazione.

Di fronte a un architetto di questa statura, una maggiore distanza critica sarebbe stata interessante. Foster + Partners lavora là dove l’architettura rende visibile il potere istituzionale. Il libro mostra questa dimensione, ma la analizza solo in parte. Si interessa più alla logica della soluzione che all’ambivalenza della committenza.

Sezioni architettoniche e vista stradale di 425 Park Avenue di Norman Foster a New York
Sezioni e vedute di facciata di 425 Park Avenue mostrano il persistente interesse di Foster
per la struttura verticale e la densità urbana.
Foto: TASCHEN Verlag

Un libro sul potere attraverso l’ordine

Alla fine, Norman Foster. Works è un libro forte proprio perché il suo limite risulta così chiaramente visibile. La pubblicazione mostra come Foster concepisca l’architettura non come forma, ma come ordine controllato di scala e uso. Non presenta una semplice firma, ma una cultura dell’organizzazione.

Questa forza è al tempo stesso il punto critico. La grande panoramica produce autorevolezza. Spiega lo sviluppo come conseguenza, ma lascia poco spazio a fratture o ambiguità ideologiche. Così Norman Foster. Works diventa un libro sull’architettura alla scala globale: non come singolo edificio, ma come mondo organizzato.

Norman Foster. Works. TASCHEN, 2026, 712 pagine, 80 €.

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